Papilloma virus, vaccinata solo la metà delle bambine

di Redazione 3

La lotta al tumore all’utero ha preso il via da un paio d’anni con un nuovo vaccino, quello per contrastare il papilloma virus umano. Il 59% delle ragazze italiane nate nel 97 ha completato il ciclo vaccinale (per loro è gratuito). Questo secondo i dati dall’Istituto Superiore di Sanità, resi noti durante il convegno “La vaccinazione tra diritto e dovere”. Come possiamo notare solo la metà delle bambine è attualmente coperta e si dovranno ancora compiere numerosi passi prima di arrivare alla totalità della popolazione con meno di 13 anni.

L’Italia però, per una volta, ha un primato di cui vantarsi perché è il primo Paese europeo ad aver adottato, già dal 2007 in alcune Regioni, una strategia vaccinale pubblica contro l’Hpv. Il vaccino ha un’efficacia massima in chi non ha ancora avuto rapporti sessuali e quindi non può essere entrato in contatto con il virus.

Ecco perché la vaccinazione è gratuita per le bambine con meno di 13 anni: i dati Aigo dimostrano che sono sempre più numerose le ragazze che consumano la loro prima volta intorno ai 15/16 anni ed è stato quindi indispensabile abbassare l’età. Stefania Salmaso, direttore del Centro nazionale di epidemiologia dell’Iss, ha commentato:

All’avvio dell’offerta di vaccinazione ci si è posti l’obiettivo di raggiungere entro il 2013 la copertura del 95% attraverso la somministrazione di tre dosi di vaccino. Siamo a poco più di metà dell’opera; le forti differenze regionali ci dicono che c’è ampio margine di miglioramento e che fattori comunicativi e organizzativi possono fare la differenza.

La comunicazione, infatti, ha davvero un ruolo importante. Si pensi che una regione piccola come la Basilicata ha ottenuto ottimi risultati, grazie a una campagna ben organizzata per la vaccinazione gratuita di 4 coorti di nascita (12enni, 15enni, 18enni e 25enni). Probabilmente lavorando tutti in questa direzione sarà più facile raggiungere gli obiettivi per tempo. Sull’efficacia del vaccino contro il tumore, ci sono però ancora molte opinioni discordanti: non tutti sono favorevoli, nonostante si sia accertata la sicurezza e la protezione per cinque anni. La polemica principale sta proprio sulla durata. Che senso ha proteggere una bambina dai 12 ai 17 anni, fase in cui difficilmente verrà in contatto con il virus e poi lasciarla scoperta nel periodo di massima vulnerabilità? In realtà non è questo l’obiettivo: gli studi devono proseguire e i famosi cinque anni indicano la dura accertata, non quella effettiva.

[Fonte: Corriere]