Diabete gestazionale e assunzione di psicofarmaci, c’è un legame?

di Redazione 1

Che assumere psicofarmaci in gravidanza necessiti di molta accortezza è cosa nota. Questa particolare categorie di farmaci, infatti, deve essere prescritta alle donne incinte solo se assolutamente necessario e sotto strettissimo controllo medico. Nonostante non si conoscano esattamente i rischi corsi dal nascituro, gli esperti raccomandano molta cautela nella loro somministrazione, nell’attesa che la letteratura scientifica in proposito si arricchisca di nuovi contributi in grado di dirci definitivamente se esistano e quali sono i pericoli effettivamente associati ai diversi principi attivi. Secondo una ricerca nord europea però un rischio certo ci sarebbe ed è quello di sviluppare il diabete gestazionale.

Secondo uno studio pubblicato di recente sulla rivista scientifica Archives of General Psychiatry e condotto da un team di ricercatori svedesi del Karolinska Insitutet e dell’univesrità di Uppsala, le donne che assumono psicofarmaci in gravidanza corrono un rischio due volte superiore di incorrere in questo disturbo. Più precisamente il rischio riguarda le donne che assumono antipsicotici e si accompagna a quello di dare alla luce un bambini di peso inferiore rispetto all’età gestazionale.

Già lo scorso anno, l’Agenzia Italiana del farmaco aveva confermato l’esistenza di “effetti avversi” sul nascituro causati dall’assunzione di antipsicotici durante tutta la durata della gravidanza imponendo, di conseguenza, una revisione del foglietto illustrativo e invitando le madri i cui bambini mostrassero tali sintomi (tra cui astenia, agitazione, stress respiratorio, difficoltà nell’assunzione di cibo) a rivolgersi a un medico.

Il diabete gestazionale è una patologia comunque piuttosto comune durante la gravidanza soprattutto se la futura mamma ha un’età superiore a 35 anni, è in sovrappeso o ha precedenti di diabete in famiglia. Durante la gravidanza il medico prescrive le analisi opportune per una diagnosi tempestiva. In questo caso modificazioni dello stile di vita, soprattutto alimentare, permettono di ridurre al minimo i rischi per il nascituro.

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