Le tecniche del parto indotto

di Redazione 2

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Le tecniche del parto indotto hanno lo scopo di dilatare il collo dell’utero e dare così avvio alle contrazioni o a mantenerle efficaci, dopodiché il travaglio procede in modo regolare, anche se può succedere che si possa evitare il parto operativo oppure il taglio cesareo.

Il metodo che per primo deve essere applicato è quello con le prostaglandine, perché permette alla partoriente di muoversi; alla donna vengono somministrate delle prostaglandine sintetiche che hanno la capacità di dilatare il collo dell’utero e di indurre così le contrazioni e il travaglio. Di solito sono sufficienti due somministrazioni per provocare l’inizio del travaglio.

Se le contrazioni e quindi la dilatazione del collo dell’utero tardano a manifestarsi, nonostante l’infusione di prostaglandine, il ginecologo o l’ostetrica possono somministrare per via endovenosa, tramite una flebo, l’ossitocina, che va tenuta per tutta la durata del travaglio per mantenere costanti le contrazioni. Può essere anche utilizzata se si presenta una diminuzione delle contrazioni alla fine del periodo di dilatazione del collo dell’utero o nel periodo espulsivo quando la mamma deve impegnarsi nella fase di spinta.

L’ossitocina impiegata è simile a quella naturale, che è un ormone prodotto da una ghiandola posta alla base del cervello, e che, agendo sulla mammella e sull’utero, è in grado di scatenare l’inizio delle contrazioni del travaglio e di mantenerle. La quantità di ossitocina somministrata viene regolata in base alla reazione della partoriente; la flebo con questa sostanza viene tenuta anche una volta che il bambino è nato, in modo che si possa concludere il parto con la fase del secondamento, cioè dell’espulsione degli annessi fetali.

Se il collo dell’utero presenta una dilatazione di almeno 4-5 centimetri, ma non sono presenti le contrazioni, si pratica l’amnioressi, ossia la rottura strumentale del sacco amniotico, cioè delle membrane che lo formano, tramite un apposito strumento, simile a un uncino. In seguito alla rottura delle membrane, se le contrazioni ancora non si avviano, si può ricorrere a prostaglandine e ossitocina per indurre il travaglio.