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Il parto in casa? Un diritto negato in molti ospedali d’Italia

 
Mariposa
12 giugno 2012
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Siete prossime al parto e state pensando quale sia la tecnica più adatta per mettere al mondo il vostro bambino? Negli ultimi anni si è parlato molto del parto in casa e della bellezza di far nascere il piccolo tra le mura domestiche, proprio come si faceva una volta. Non è però come dirlo. Quante sono le donne che realmente nelle condizioni ideali per realizzare questo sogno?

Ci devono essere i presupposti per affrontare una simile avventura e consistono, prima di tutto, nell’arrivare a termine con una gestazione fisiologica e senza complicazioni, nell’abitare vicino all’ospedale di riferimento e nell’avere a domicilio il personale medico. Tempo fa a New York sono stati vietati i parti in casa, perché le aziende ospedaliere non avevano abbastanza ostetriche da far girare per la città: raggiungere tempestivamente le pazienti non era facile, così come coprire i parti nelle private abitazioni. Non c’è bisogno di andare nella Grande Mela, per affrontare questo problema, è sufficiente guardare quello che accade in Italia.

È interessante l’iniziativa di un gruppo di donne (mamme e ostetriche) di Modena che si sta battendo per garantire il parto in casa, come riporta IlFatto Quotidiano. Secondo le stime calcolate, far nascere il proprio cucciolo nella propria abitazione garantirebbe un risparmio anche per il servizio sanitario, perché ovviamente si potrebbe risparmiare sul ricovero. Purtroppo però la maggior parte degli ospedali pubblici non garantisce questo servizio, perché magari non ci sono ostetriche disponibili. Cosa succede? Le donne che desiderano provare quest’esperienza nel nostro Paese, spesso si devono rivolgere a cliniche private pagando ovviamente una cifra extra (circa 3 mila euro). È vero che di questa cifra, la Regione dovrebbe rimborsarne una parte. Risultato? La spesa cresce per la donna, ma anche per la sanità pubblica, mentre fornire il servizio potrebbe aiutare a tagliare i costi (e i cesarei).  La Legge regionale 26/1998, inoltre, dice la seguente cosa:

La donna, debitamente informata sull’evento e sulle tecniche da adottare, liberamente può scegliere di partorire nelle strutture ospedaliere, nelle case di maternità o a domicilio.

Ma non è così, se gli ospedali poi non sono disponibili. Chiudiamo poi con una domanda: perché dover pagare a una clinica quello che dovrebbe fare una struttura pubblica? In Emilia Romagna, oggi, sono solo tre le città che hanno attivato il parto a domicilio: oltre a Modena, Reggio e Parma.

Photo Credit| ThinkStock

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