Tecniche di procreazione assistita, l’ICSI

di Chiara R 3

ICSI

Sono numerose le coppie che non riescono ad avere un bambino nonostante numerosi tentativi. Spesso, questa difficoltà  a concepire viene associata esclusivamente ad una sterilità femminile trascurando aspetti fondamentali che riguardano l’uomo. Fortunatamente negli ultimi anni sembra stia scomparendo il tabù della sterilità maschile con conseguenti miglioramenti nella sfera medica. La scienza e la medicina hanno fatto importanti passi avanti nella cura dell’infertilità maschile attraverso, ad esempio, nuove tecniche di fecondazione assistita in grado di risolvere problemi fino a qualche anno fa insolubili. Una delle ultime nate tra le tecniche di procreazione assistita è lIniezione IntraCitoplasmatica di Spermatozoi (ICSI) che ha dimostrato fin da subito la sua efficacia. Si tratta di una tecnica di micromanipolazione degli spermatozoi ideata per aiutare le coppie che ricorrono alla fecondazione in vitro a causa di un’infertilità maschile.

Che cosa è l’ICSI?

Nello specifico, l’ICSI consiste nella microiniezione, attraverso un sottile ago di vetro, di un singolo spermatozoo nell’ovocita maturo per ottenerne la fecondazione. Nella ICSI è fondamentale la selezione dello spermatozoo da iniettare nell’ovocita, selezione che, a differenza di ciò che accade nella classica FIVET, viene effettuata dall’embriologo che sceglie tra tutti lo spermatozoo migliore sia dal punto di vista della mobilità che della morfologia (testa, collo e coda).

In quali casi è indicata l’ICSI?

La fecondazione in vitro con l’ICSI è consigliata quando nella coppia si riscontra la presenza di uno o più fattori quali:

– basso numero di spermatozoi mobili;

– teratospermia grave (presenza di spermatozoi dalla forma anomala);

– incapacità degli spermatozoi di legarsi all’ovocita e di penetrarlo;

– bassa quantità e qualità in caso di spermatozoi congelati;

– insuccesso ripetuto con altre tecniche di fecondazione in vitro;

– ostruzione irreparabile del tratto riproduttivo maschile.

In quest’ultimo caso lo sperma si può ottenere dall’epididimo o dai testicoli. Nella ICSI, infatti, possono essere impiegati:

a) spermatozoi eiaculati

b) spermatozoi epididimari

c) spermatozoi testicolari

d) spermatidi.

Per quanto riguarda la coppia, la prassi da seguire per sottoporsi alla ICSI è simile a quella prevista per la FIVET. Nel dettaglio, la donna deve procedere ad una stimolazione ovarica con la somministrazione di gonadotropine. L’8° giorno del ciclo la donna deve eseguire delle ecografie con ultrasuoni per monitorare lo sviluppo dei follicoli e alcuni esami del sangue per il dosaggio ormonale. Quando i follicoli raggiungono i 20 cm circa di diametro si sospende la stimolazione ovarica e si procede con l’ICSI.

La fecondazione avviene in circa il 50-80% degli ovociti trattati. Le percentuali di successo con l’ICSI appaiono superiori rispetto a quelle ottenute dalle altre tecniche di fecondazione assistita anche grazie al fatto che alla ICSI ricorrono prevalentemente coppie giovani. Per quanto concerne i rischi, ad oggi non sono state riscontrate correlazioni tra l’utilizzo del metodo ICSI e malformazioni del feto.