Fallisce la sterilizzazione, l’ospedale manterrà il bambino

di Treditutto Commenta

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Succede a Udine: una donna friulana, dopo avere avuto il quinto figlio, decide di farsi sterilizzare per non rischiare ulteriori gravidanze, e si sottopone alla legatura delle tube. Ma nel 2005 scopre di essere rimasta incinta, nonostante l’intervento.

La donna decide comunque di portare a termine la gravidanza ma, una volta avuto il bambino, fa causa all’azienda sanitaria cui fa capo l’ospedale “incriminato”, il San Daniele del Friuli, chiedendo un risarcimento di 220.000 euro: nel corso del parto, infatti, i medici si erano accorti che una delle tube di Falloppio non era stata legata in maniera corretta.

Dopo una causa durata quattro anni,  è di lunedì la sentenza del Tribunale di Tolmezzo (Udine) che dà ragione alla donna e obbliga l’azienda sanitaria a risarcire la famiglia di 150.000 euro: questa la somma stimata per il mantenimento del bambino fino ai 23 anni (età di una presunta indipendenza economica), oltre ai danni morali inferti alla coppia, cui è stato negato il diritto all’autodeterminazione.

Si è tenuto conto inoltre del fatto che la donna aveva deciso di procedere con la legatura delle tube anche per ragioni di salute, oltre che per ovvi motivi economici, anche perché, paradossalmente, era stato proprio un medico dell’Ospedale San Daniele a consigliare alla donna di sottoporsi a sterilizzazione, in quanto una sesta gravidanza sarebbe potuta essere rischiosa per la sua salute.

Lo ribadisce infatti l’avvocato Paolo Persello, il legale che ha assistito la coppia in questa lunga battaglia legale:

Posso dire che i motivi che hanno spinto la signora sono stati soprattutto di carattere morale, perché si è trovata in una situazione ingiusta in seguito all’intervento non riuscito. Certamente cercava anche un aiuto economico – conclude l’avvocato –, ma non è stato quello il motivo più importante.

La tesi dell’ospedale, secondo cui la donna, firmando il consenso informato, era a conoscenza di un possibile esito negativo dell’intervento, è stata quindi respinta dai giudici, in considerazione del fatto che l’intervento stesso non era stato eseguito a regola d’arte, in quanto «non si operò con la dovuta diligenza e prudenza».

[Fonte: Messaggero Veneto]