Tumore all’utero, diagnosi sempre più precoci e tecniche chirurgiche risolutive

di Mariposa 3

Il tumore all’utero colpisce 8 mila donne l’anno. Un dato allarmante per la salute delle signore, nonostante il tasso di sopravvivenza, grazie a cure di nuova generazione e a diagnosi sempre più veloci, sia  in netto miglioramento.  A influenzare la frequenza di questo cancro è sicuramente l’invecchiamento della popolazione e lo stile di vita: purtroppo il sovrappeso e la sedentarietà pare siano tra i principali nemici e aumentano la possibilità di ammalarsi da 3 a 10 volte.

Questo è il quadro realizzato dagli esperti durante il Congresso della Società italiana di ginecologia e ostetricia (SIGO) in occasione di un incontro promosso dalla Società italiana di chirurgia ginecologica con il supporto di colleghi della Mayo Clinic del Minnesota. Il tumore all’utero è tipico dell’età post-menopausale (più del 90 per cento dei casi) e si verifica quando le cellule dell’endometrio cominciano a moltiplicarsi in modo incontrollato. Questa situazione può essere  causata da squilibri ormonali (troppi estrogeni e poco progesterone).

Per fortuna la prevenzione funziona bene: a differenza di altri tumori, per i quali ci sono  degli esami di screening specifici, per quello all’endometrio bisogna prestare attenzione a diversi segnali come il sanguinamento genitale anomalo, nonostante si sia in menopausa, ed è sufficiente un’ecografia transvaginale, attualmente l’esame diagnostico migliore, per verificare la possibilità del cancro. Le signore che hanno bisogno di indagini più approfondite possono essere sottoposte, in ambulatorio, a un’isteroscopia diagnostica congiunta a una biopsia della mucosa uterina.

Ma c’è molto di più. Se diagnosticato in uno stadio precoce il tumore dell’endometrio può essere curato con successo con un approccio chirurgico. Ne parla il professor Augusto Ferrari, oggi presidente onorario della SICHIG da lui fondata nel 1989:

La scelta chirurgica si basa sulla considerazione che la maggior parte di questi tumori è confinata al corpo uterino e che l’intervento può essere di per sé sufficiente a curare la malattia. Negli ultimi anni oltretutto sono stati fatti molti progressi e oggi chirurghi esperti sono in grado di eseguire interventi non demolitivi che, soprattutto nel caso di pazienti ancora in età fertile, permettono di affrontare la malattia conservando la fertilità della donna.

[Fonte: Corriere]