Donne e lavoro, in aumento le mamme che rinunciano

di Redazione 2

Le donne lavoratrici italiane sono penalizzate rispetto ai colleghi maschi e sempre più spesso rinunciano alla propria occupazione per restare a casa con i bambini. Questi gli sconfortanti risultati di un sondaggio condotto da InfoJobs.it fra i propri candidati. Oltre il 90 per cento degli intervistati ritiene che le donne siano discriminate quanto a reddito e a posizione lavorativa e il 34,5% dichiara di aver lasciato (personalmente o in riferimento alla propria compagna) il proprio impiego per accudire la prole.

Non mancano poi le mamme che hanno rifiutato un impiego perchè troppo impegnativo (in termini di ore di lavoro giornaliero) o troppo lontano da casa, tutto questo a fronte di una scarsa sensibilità delle aziende verso le loro esigenze. A risultare ancora più preoccupante poi, il fatto che il dato relativo alle madri che “lasciano” è in aumento rispetto agli anni passati (il 22% del 2009, contro il 31% del 2010).

Bassissima la percentuale di coloro che non si sentono affatto discriminate per avere figli (4.55%) così come quella delle donne che ritengono che la maternità addirittura le avvantaggi (4.54%).

E se conciliare lavoro e famiglia appare ancora una missione impossibile, la maggior parte degli intervistati (oltre il 66 per cento) pensa che la condizione di madre lavoratrice non influisca negativamente sul rendimento lavorativo, nè rappresenti un pretesto per godere di benefici non accordati (per legge o per “simpatia”) alle colleghe che non hanno figli.

Unica nota positiva, la percezione relativa al grado di sostegno alla maternità da parte delle aziende: nel 2010 l’87 per cento del campione intervistato denunciava la scarsezza di tutele, percentuale questa che attualmente si attesta intorno al 67 per cento.

L’Italia si conferma quindi fanalino di coda rispetto agli altri paesi europei in tema di occupazione femminile e l’assenza di politiche familiari che guardino ai problemi reali degli italiani inizia a farsi sentire più pesante che mai.