I nostri figli troppo fragili

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bambini fragili di vetro

Il mestiere dei genitori: il più bello del mondo, certo, ma anche il più difficile. Quante volte, care mamme, anche voi vi siete trovate a rimpiangere il fatto che i figli nascano senza un manuale di istruzioni allegato, dove poter trovare le indicazioni per imboccare la strada giusta, di fronte alle decisioni che ogni giorno ci troviamo a dover prendere?

E questo compito è tanto più arduo perché il nostro comportamento e le nostre scelte di genitori hanno conseguenze, anche a lungo termine, non solo e non tanto su di noi, ma su quello che abbiamo di più prezioso: i nsotri bambini.

Ne è convinta la professoressa Maria Luisa De Natale, docente di Pedagogia della famiglia all’Università Cattolica di Milano, che in una bella intervista rilasciata a La Stampa affronta proprio il problema dei figli di oggi, troppo fragili (di vetro, li definisce lei), incapaci di resistere alle avversità della vita, tanto da arrivare, in casi estremi, al suicidio per una bocciatura o un brutto voto.

Ma che cosa manca davvero a questi figli, che apparentemente hanno tutto?

L’amore, e un progetto educativo, risponde Maria Luisa De Natale.

L’amore quindi, innanzitutto: potremmo rispondere che tutte noi amiamo i nostri figli. Eppure, amore non vuol dire attenzioni eccessive e a volte soffocanti, e tanto meno la soddisfazione materiale dei loro bisogni (e dei loro capricci): è la qualità di una relazione affettiva, che spesso dimentichiamo, presi come siamo dai nostri mille impegni.

Il progetto educativo è quello che spesso manca  del tutto nelle famiglie. La dott.ssa De Natale suggerisce di chiederci “che tipo di adulto vogliamo che diventi nostro figlio” e, sulla base della risposta, impostare la linea educativa, le regole e i valori della nostra famiglia.

Educare non è andare alla cieca giorno per giorno magari seguendo le mode dell’industria culturale ma esige un percorso, un progetto, una responsabilità educativa. Il contrario di ragazzi accontentati ma senza un fine cui tendere.

Fonte: La Stampa

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