Dislessia in aumento tra i bambini, spesso le diagnosi sono sbagliate

di Redazione 2

dislessia

Ci sono delle malattie che sembrano moderne, nel senso che caratterizzano il nostro secolo, come celiachia, l’intolleranza al glutine, che fino a 15 anni fa era quasi sconosciuta, e la dislessia. Prima i bambini erano definiti disordinati e disattenti, oggi invece appena si nota una pigrizia nell’imparare a leggere o una fatica particolare a prestare attenzione scatta la diagnosi per dislessia. È importante fare una precisazione: si tratta di un disagio, non di una malattia.

È vero che la scienza ha fatto grandi passi in avanti e prima alcuni disturbi non solo non si diagnosticavano, ma non se ne conosceva neanche l’esistenza. Oggi, però, le classi sono piene di bambini dislessici. Le cifre ufficiali denunciano che questo disagio colpisce il 5 percento della popolazione scolastica e i nuovi casi sono 30 mila l’anno. Ma sarà realmente così? Purtroppo non si può dire, ma c’è il sospetto che ci sia un’iper-attenzione anche nelle diagnosi, che a volte sfocia con conclusioni forse errate. Pensiamo però che nei paesi anglosassoni si arriva all’8 percento, un dato ancor più rilevante.

Se ci esprimiamo in termini di fonemi e grafemi, la differenza è impressionante: l’italiano ha circa 25 fonemi e 33 grafemi, fra la fonologia e l’ortografia la sovrapposizione è pressoché totale; l’inglese ha 40 fonemi e 1.120 grafemi, una lingua ostica, inevitabilmente, per chi ha problemi con la lettura. Già nel 1985 su mille studenti americani e italiani, una ricerca mise in evidenza una frequenza della dislessia negli Stati Uniti doppia che in Italia.

Racconta al Corriere Valentina Bambini, ricercatrice del centro di Neurolinguistica e sintassi teorica della Scuola superiore universitaria IUSS di Pavia. Un conto però sono le diagnosi dei medici, a volte un po’ troppo pignole, un conto sono quelle degli insegnati, convinti di aver trovato un caso di dislessia. Capita spesso. Considerate che la normativa non prevede l’insegnante di sostegno, per cui il lavoro aggiuntivo può diventare un carico pesante per il professore.

 

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