Il bebè si esercità con le smorfie già nel pancione

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Il bebè esercità smorfie pancione

Secondo uno studio condotto da Nadja Reissland della Durham University, i feti inizierebbero ad effettuare le varie smorfie che caratterizzeranno i loro primi mesi di vita già all’interno del pancione. Durante la gravidanza infatti si “eserciterebbero” a sorridere, piangere, arricciare il naso, storcere la bocca, tutti quei movimenti facciali attraverso i quali impareranno successivamente la nascita a comunicare le proprie emozioni al mondo esterno.

Lo studio in questione, effettuato su 15 feti grazie alla nuova tecnologia delle ecografie 4D, ha potuto dimostrare come già all’interno della pancia della mamma i piccoli siano capaci di tutti quei piccoli movimenti del volto che contraddistingueranno il loro primo periodo di  vita. Mettendo insieme le immagini effettuate in un totale di quattro sedute per ciascuna mamma tra il  secondo e il terzo trimestre di gravidanza, la studiosa ha potuto monitorare lo sviluppo di questi e di come si evolvessero nel tempo. I ricercatori però non sanno ancora con certezza se le smorfie siano effettivamente una conseguenza di sensazioni reali e se quindi possano essere ricollegate in qualche modo al dolore o alla gioia. Ciò che è certo è che le “faccine” siano state riscontrate su tutti e 15 (7 di sesso maschile e 8 di sesso femminile) feti. Tra le ipotesi più accreditate il fatto che il bebè si alleni già durante la gestazione a richiamare l’attenzione dei propri genitori.

Dietro l’indagine, oltre l’interesse scientifico, c’è sicuramente l’esigenza di capire quali siano gli sviluppi “normali” delle smorfie per poter comprendere e diagnosticare per tempo se ci siano anomalie riscontrabili anche grazie a questo e poter intervenire tempestivamente con le eventuali cure. Come afferma la dottoressa Reissland, fondamentale è il fatto che i bambini imparino fin dai primi giorni della loro esistenza a comunicare le proprie sensazioni di dolore o di disagio ai genitori. Altro aspetto da non sottovalutare il fatto che la complessità dei movimenti facciali sia strettamente legata allo sviluppo cerebrale del feto.

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