
Qualche tempo fa vi avevamo parlato dell’inaugurazione presso l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma di Smart Inclusion, il progetto dedicato ai bambini che si trovano nel reparto di oncoematologia pediatrica e che quindi sono costretti a lunghe degenze, spesso solitarie, in quanto lontani dai loro coetanei e dal loro mondo. Smart Inclusion permette, tramite i contenuti interattivi, di partecipare alle lezioni oppure di passare del tempo grazie ai contenuti proposti.
Finalmente, il servizio Smart Inclusion è stato istallato anche all’Ospedale Meyer di Firenze, presso l’Unità di Oncoematologia Pediatrica, dov’è stato inaugurato dal Ministro Renato Brunetta. Smart Inclusion, basato su una piattaforma realizzata da Telecom Italia, integra servizi di didattica, a programmi di intrattenimento e alla gestione dei dati clinici. Il servizio Smart Inclusion ha la doppia funzione di offrire una finestra sul mondo esterno ai piccoli degenti e di aiutare il personale sanitario nei processi di cura.
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Che i feti siano particolarmente reattivi ai suoni e ai rumori non risulta essere una novità, ne abbiamo parlato diverse volte scoprendo che i piccoli riescono a sentire la musica e sopprattutto possono essere infastiditi da suoni troppo alti, ma che potessero in qualche modo provare le stesse emozioni della mamma quando lei guarda un film è una notizia alquanto nuova. Da una ricerca giapponese eseguita su donne in gravidanza si evince appunto che lo stato psicoemotivo delle mamme mentre sono intente ha guardare una pellicola cinematografica influenza il bambino che risponde a questa onda emotiva agitandosi oppure calmandosi a seconda del tipo di film.
Lo studio condotto da Kazuyuki Shinorhara dell’Università di Nagasaki si è svolto facendo vedere alle mamme in attesa degli spezzoni di film allegri oppure particolarmente tristi, le pellicole in questione erano Tutti insieme appassionatamente e Il campione di Zeffirelli, i risultati sono stati netti i piccoli infatti davanti al film con Julie Andrews sembravano ballare muovendo insieme le braccia e le gambe mentre davanti alla scena in cui un ragazzo piange accoratamente per la morte del padre arrestavano improvvisamente i movimenti e restavano quasi fermi. Leggi tutto l’articolo

A quanto sembra esiste un virus nascosto nei cromosomi dei genitori ma che può essere trasmesso ai figli; virus che nel corso del tempo può attivarsi e causare malattie gravi come il cancro o la sclerosi multipla. Il virus in questione si chiama herpesvirus-6 (HHV-6): si tratta di un virus noto ai pediatri dato che causa la sesta malattia (che si manifesta con febbre ed eruzioni cutanee su tutto il corpo).
Il disturbo solitamente regredisce da solo ma l’herpesvirus-6 può restare presente nel DNA delle cellule del corpo e quindi manifestarsi in età adulta. Diversi studi hanno quindi collegato la presenza di questo virus a malattie quali la sclerosi multipla, l’encefalite, la polmonite ed alcune forme di cancro.
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Un bambino aggressivo può destare molta preoccupazione nei genitori; tuttavia sappiate che capita a quasi tutti, soprattutto dopo l’inserimento a scuola, di mettere in atto ogni tanto comportamenti come spintonare, mordere o colpire i propri compagni di gioco. Questo comportamento, del tutto normale, non ci deve assolutamente far pensare che nostro figlio è un “cattivo bambino” e che da grande sarà un adulto aggressivo.
Premesso questo, rimane comunque di fondamentale importanza far comprendere ai nostri figli che questo tipo di comportamento non è tollerato e che non devono mai metterlo in atto. Non ci dovrebbe voler molto a capire che per raggiungere questo scopo un genitore non deve mai mostrarsi a propria volta aggressivo nè verbalmente (ad esempio urlando) nè fisicamente (ad esempio afferrando il piccolo con forza); non solo non saremmo un buon esempio ma ci tocca anche ammettere che se vogliano punire nostro figlio perchè ha schiaffeggiato qualcuno sarebbe stupido dargli uno schiaffo a nostra volta.
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Il progesterone è un ormone che secreto dall’organismo femminile in modo naturale nelle diverse fasi del ciclo, in particolare nella seconda metà, chiamata fase luteale; il progesterone è molto importante per l’apparato riproduttivo perché riesce ad innescare una serie di processi per cui favorisce l’annidamento dell’uovo fecondato; i livelli di progesterone calano se l’uovo non viene fecondato, determinando l’arrivo delle mestruazioni.
Non a caso, una carenza di progesterone nel primo trimestre di gravidanza, può incidere sul suo buon proseguimento. In caso di minaccia di aborto, o anche solo di perdite ematiche non definite, spesso il medico ne prescrive la somministrazione sotto forma di compresse, ovuli o iniezioni. Non tutti i medici concordano sulla necessità di somministrare progesterone, per il fatto che, se la gravidanza è già compromessa si otterrebbe solo lo svantaggio di ostacolare una diagnosi di aborto già in atto.
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Mamme e lavoro: un connubio non sempre facile. Come sappiamo molte mamme subito dopo la gravidanza abbandonano (o perché sono costrette o per volontà) il posto di lavoro; questo perchè non tutti i datori di lavoro sono flessibili e non tutti riescono a capire che le esigenze di una donna nel momento in cui diventa mamma cambiano.
E proprio di flessibilità voglio parlarvi; sono infatti poche le aziende che ad esempio concedono un part time alla neo mamma. Eppure, stando ai risultati di un lavoro svolto da Jan Nicholson del Melbournés Murdoch Children’s Research Institute per la salute dei piccoli proprio un contratto di lavoro part time sarebbe perfetto. Ricerca che ha anche messo in luce come una mamma che stia sempre a casa con il piccolo non vada bene.
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Il ciuccio, o succhiotto o tettarella che dir si voglia, è un oggetto caro non solo ai bambini, ma anche alle mamme; spesso infatti questo magico oggettino sembra l’unico modo per arrestare il pianto inconsolabile dei piccoli e dare un attimo di sollievo alla mamma. Tanto più che, a differenza di quanto accadeva non molto tempo fa, i pediatri oggi lo hanno “sdoganato”, ritenendo che, nei primi anni di vita, sono molti i benefici, sul piano psichico, che possono derivare al piccolo dall’abitudine del ciuccio: questo infatti lo rilassa e gli permette di autoconsolarsi quando ne ha bisogno.
Alcuni bambini smettono di cercare il ciuccio spontaneamente (mio figlio già a sei mesi non lo chiedeva più), altri invece faticano a separarsene, nonostante tutto l’impegno di mamma e papà. Tuttavia, trascorsi i due anni è opportuno che i piccoli lascino questa abitudine, pena l’insorgenza di problemi relativi all’arcata dentaria che rischiano di compromettere lo sviluppo dei denti.
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Dimenticate i metodi della nonna per individuare se il nascituro sarà maschio o femmina, secondo una recente ricerca, basta osservare la propria alimentazione per capire il sesso del bambino.
Secondo uno studio condotto dalla Dottoressa Cheryl Rosenfeld dell’Università del Missouri e pubblicato sulla rivista PNAS, l’alimentazione della donna in gravidanza influenzerebbe sul sesso del nascituro, e in particolare, le diete ad alto contenuto calorico favorirebbero la nascita dei maschietti, mentre quelle con poche calorie la nascita di femminucce.
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