Gravidanza, quando la mamma è Rh negativo

 
Chiara R
9 giugno 2010
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gravidanza rh negativo Gravidanza, quando la mamma è Rh negativo

La gravidanza è un momento straordinario ma allo stesso tempo delicato nella vita di una donna. Per questo è necessario eseguire tutta una serie di controlli per assicurare la corretta evoluzione della gravidanza. Tra gli esami principali a cui una donna in dolce attesa deve sopporsi c’è il controllo del gruppo sanguigno e del fattore Rh. E’ molto importante, infatti, conoscere il fattore Rh della coppia e della donna in particolare,  in quanto questo potrebbe avere una forte influenza sulla gravidanza.

Cosa è il fattore Rh?

Il fattore Rh (fattore Rheus) indica la presenza di un antigene, nello specifico una proteina, sulla superficie dei globuli rossi. Se una persona possiede questa proteina si dice che il suo sangue è Rh positivo (Rh+) mentre se non la possiede il suo gruppo è Rh negativo (Rh-). La maggior parte delle persone, l’85% degli occidentali, il 90-95% degli afroamericani e il 99% degli asiatici, è Rh positivo. Per quanto riguarda le donne, quelle che risultano Rh negative dovranno prendere specifiche precauzioni nel caso decidano di avere un bambimo.

Cosa succede se la mamma è Rh negativo?

Se la donna in dolce attesa scopre di essere Rh-, ci sono buone possibilità che il suo sangue sia incompatibile con quello del feto che molto probabilmente sarà Rh+. Nello specifico, se il futuro padre è Rh positivo si ha il 70 % di possibilità che il feto sia positivo, mentre se anche il padre è negativo lo sarà certamente pure il bambino e non si verificherà nessuna incopatibilità. Essere Rh-incompatibili non comporta nessuna complicazione se si tratta del primo figlio poichè non vi è contatto tra il sangue materno e quello del feto, tranne in casi specifici come l’amniocentesi.

E’ il momento del parto quello più significativo: il sangue del bambino si mescola con quello della madre e l’antigene Rh positivo del bimbo stimola la produzione di anticorpi da parte del sistema immunitario materno. In questo modo, la mamma diventa sensibile all’Rh negativo e in caso di una succesiva gravidanza gli anticorpi potrebbero attaccare il sangue Rh positivo del feto. Fortunatamente, oggi, è possibile evitare tutto ciò e scongiurare il rischio di gravi conseguenze grazie all’iniezione di immunoglobuline Rh.

Cosa è l’iniezione di immunoglobuline Rh?

Si tratta di una terapia a base di immunoglobuline Rh, proteine che fungono da anticorpi ed eliminano il sangue fetale prima che si attivino le difese della mamma in grado di attaccare il feto in una successiva gravidanza. L’iniezione di immunoglobuline Rh deve essere effettuata entro 72 ore dal parto. L’iniezione viene praticata sul braccio o sui glutei e la sua protezione dure 12 settimane. E’ possibile conoscere con certezza se il bambino è Rh+ o Rh- tramite il prelievo di sangue che si effettua sul tallone del neonato o sul cordone ombelicale al momento del parto. L’iniezione di immunoglobuline non è pericolosa nè per la mamma nè per il bambino e può essere effettuata anche se non si conosce il fattore Rh del bimbo. L’iniezione dovrà essere ripetuta ogni volta che c’è il rischio che il sangue del bambino si mescoli con quello della madre e in particolare:

- in caso di aborto spontaneo o volontario;

- in caso di gravidanza ectopica o molare;

– in caso di traumi all’addome o di emorragia vaginale;

- dopo un’amniocentesi o un prelievo di villi coriali;

- in caso il bambino nasca morto.

I rischi per il bambino dell’incompatibilità Rh

Se la donna non si sottopone all’iniezione sviluppa gli anticorpi che, in una futura gravidanza, attaccheranno, attraverso la placenta, il fattore Rh del sangue del bambino causando la cosiddetta Malattia Emolitica del Neonato (MEN). Si tratta di una grave anemia provocata dall’emolisi, la disgregazione dei globuli rossi. Gli anticorpi materni, inoltre, potrebbero provocare itterizia neonatale, danni cerebrali al feto e aborti spontanei. Una volta sensibilizzata, la donna avrà anticorpi per sempre.

Il ginecologo può monitorare il livello di anticorpi presenti nella madre e verificare le condizioni del feto anche attraverso un amniocentesi o un ecodoppler. La donna può eseguire uno specifico test, detto test di Coombs, per controllare se sono presenti anticorpi specifici anti Rh+. Il test si effettua con un semplice prelievo di sangue da fare periodicamente, una volta al mese durante la gravidanza. Per accertare, invece, la presenza della malattia nel bambino è possibile effettuare la flussometria, una ecografia ad ultrasuoni che analizza il flusso del sangue attraverso l’arteria cerebrale del bambino. Questo è possibile poichè quando i globuli rossi diminuiscono il sangue diventa più fluido e quindi più veloce.

Una volta accertata la sensibilizzazione, se il bambino sta bene la madre può portare a termine la gravidanza, con qualche accorgimento, senza complicazioni. Se il bambino, invece, presenta dei problemi può essere necessario ricorrere a delle trasfusioni attraverso il cordone ombelicale e, nei casi più garvi, ad un parto pretermine.

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